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Trasforma il tuo deserto

Da L'Araldo della Scienza Cristiana - 12 novembre 2019

Originariamente pubblicato sul numero del 4 marzo 2019 del Christian Science Sentinel


480 chilometri in quarant’anni: non è normale impiegarci così tanto! Eppure quarant’anni è il tempo che i figli d’Israele hanno trascorso nel deserto del Sinai dopo l’esodo dall’Egitto. Perché è stato così difficile raggiungere la Terra Promessa?

Troviamo delle spiegazioni se leggiamo attentamente il racconto biblico. Durante il viaggio gli Israeliti continuavano a lamentarsi delle avversità. Inoltre, invece di adorare il Dio che li aveva liberati dalla schiavitù, crearono l’immagine di un altro dio (vedi Esodo 32: 1-6) anche se avevano avuto moltissime prove della sollecitudine di Dio: la divisione del Mar Rosso, la comparsa della manna, le acque che sgorgavano dalle rocce. Cosa volevano di più?

Si potrebbe dire che gli Ebrei abbiano vagato in un deserto ben più vasto della sabbia e delle rocce che li circondavano. La loro fede risiedeva nella materia, non in Dio, Spirito infinito — una fiducia malriposta che produsse risentimento, dubbio, paura e ingratitudine. C’è poco da meravigliarsi che in un tale deserto mentale non abbiano udito la guida divina che li avrebbe accompagnati alla loro destinazione e che per questo ci abbiano messo così tanto!

Mary Baker Eddy, scopritrice e fondatrice della Scienza Cristiana, definisce metafisicamente il concetto umano di deserto come «Solitudine; dubbio; tenebre». Quindi ne dà l’interpretazione spirituale: «Spontaneità di pensiero e di idea; il vestibolo in cui il senso materiale delle cose sparisce, e il senso spirituale rivela i grandi fatti dell’esistenza» (Scienza e Salute con Chiave delle Scritture, pag. 597).

È stato utile per me passare consapevolmente da un senso materiale e mortale di deserto ad una prospettiva spiritualmente potente e vera. Per esempio, in Sud Africa, dove vivo, l’opinione pubblica è divisa sull’uso della terra. Sono stata fortemente tentata di reagire con risentimento e paura, di vagare, dunque, nella terra desolata dell’amarezza e delle recriminazioni. Tuttavia, riuscire ad avere un’idea del senso spirituale di deserto mi ha spinta a mettere in discussione questo modo di pensare — ad usare la mia comprensione di deserto come «vestibolo», un’apertura verso un senso di terra, di uomo e di Dio più divinamente ispirato.

Uno degli insegnamenti fondamentali della Scienza Cristiana è che dietro ad ogni oggetto materiale si può trovare un’idea spirituale unica e permanente. Per rispondere alla domanda: «Una pietra è spirituale?», Mary Baker Eddy afferma: «Per il senso materiale erroneo, no! Ma per l’infallibile senso spirituale è la più piccola manifestazione della Mente, un genere di sostanza spirituale…» (Miscellaneous Writings 1883–1896, pag. 27).

Questa straordinaria inversione di tendenza è sembrata come la trasformazione di una zona arida, come l’apparizione di un’oasi nel deserto.

I figli di Dio, essendo la Sua progenie spirituale, non vivono nella materia; il nostro vero paesaggio mentale non è fatto di pietre e polvere. Perciò non possiamo sostenere di possedere la materia, né la materia può sostenere di possedere noi. Sviluppando attivamente il nostro senso spirituale — cioè la capacità di cui Dio ci ha dotati di discernere la Sua creazione ovunque ci troviamo — cominciamo a smettere di considerare la realtà come basata sulla materia e a percepire «i grandi fatti dell’esistenza». Questa prospettiva divina, che agisce nella nostra coscienza, ci permette di abbandonare il pensiero «desertico» basato sulla materia, incluse paura, rabbia e indignazione. I deserti mentali si trasformano in giardini.

Una recente esperienza mi ha mostrato questo potere spirituale di trasformazione. Uno dei nostri politici ha tenuto un discorso estremamente provocatorio, caratterizzato da parole d’odio e inneggianti alle divisioni razziali, ed io ho tacitamente avuto a mia volta reazioni altrettanto divisive di rabbia e risentimento.

La preghiera mi ha salvata. Sono riuscita a desiderare di escludere questi pensieri e ad essere in grado di farlo, rifiutando la tentazione di pensare che fossero giustificati. Sapendo che Dio è la Mente divina, l’amorevole e generosa Creatrice di tutti noi, ho riconosciuto che le opinioni e le reazioni negative non erano altro che il clamore provocato da una falsa prospettiva mortale. Sapevo che i termini reclamo (in inglese claim, ndt) e clamore derivano dalla stessa radice del termine latino clamare che significa «gridare». Questa piccola reminiscenza culturale è stata sufficiente a spezzare la spinta mesmerica, le grida del risentimento e della rabbia che mi avevano tentata.

Mentre pregavo, mi è anche venuto in mente il termine esproprio, nel senso di rinuncia coattiva al diritto di una proprietà esclusiva o alla sua appropriazione. In quel momento ho capito che l’esclusività non ha nulla a che fare con la creazione di Dio. Egli è Amore che include tutto. Non è mai profilato, mai diviso da recinzioni e confini. Per me questo significava che non esiste separazione fra le Sue idee, né discontinuità mortale da esprimere o ascoltare.

«Mio e tuo sono termini obsoleti nella Scienza Cristiana assoluta», scrive Mary Baker Eddy, «in cui e con cui la fratellanza universale dell’uomo è dichiarata ed esige di essere dimostrata» (Miscellaneous Writings, pag. 318). Ho capito che questa richiesta ci viene fatta oggi e non in un momento successivo, quando il nostro periodo «desertico» sarà finito. Possiamo emergere immediatamente da ogni esperienza arida e passare alla «spontaneità di pensiero e idea» che Dio ci ha dato.

Con questa realizzazione, mi sono sentita pervadere da un profondo senso dell’amore di Dio. Non un debole tentativo di sentire una compagnia fraterna, non un brancolare nel buio alla ricerca di una presenza umana confortante, ma l'onnipresenza dell'Amore divino che è Dio, onnicomprensivo, irresistibile e assoluto.

Sono ansiosa di assistere, se dovessi attraversare altri momenti «desertici» alla magnifica fioritura di tutte le qualità dell’Amore ovunque.

Questo amore onnipresente ha semplicemente preso il sopravvento, ed io mi sono sentita completamente in pace. Tutti quei sentimenti che avevano reso «desertica» la mia coscienza, sono svaniti. A quel punto sono riuscita a vedere il politico in questione come figlio dell’unico Dio universale. Essendo una creazione dell’Amore, egli era incapace di sostenere qualunque cosa che non fosse stata delineata dal Padre; inoltre, essendo anche io creata allo stesso modo, ero a mia volta incapace di una reazione mortale.

Il mio giardino mentale era in piena fioritura e mi sono dimenticata del discorso negativo. Due giorni dopo mio marito ha commentato un altro discorso dello stesso politico, il cui contenuto questa volta era stato conciliante in relazione alle razze e logico, al punto di arrivare a dire che ogni gruppo etnico del nostro paese ha un suo ruolo! Ovviamente non so quali siano le cause precise dell’ammorbidimento della sua posizione, ma questa straordinaria inversione di tendenza è sembrata come la trasformazione di una zona arida, come l’apparizione di un’oasi nel deserto. Questo mi ha convinta che tramite la preghiera possiamo respingere ogni opinione e reazione mortale e trasformare ogni «terra desolata» che incontriamo in un’oasi di pace.

Da allora ho deciso di ascoltare ogni piccola goccia di ispirazione in ogni esperienza «desertica» che mi dovessi trovare ad affrontare, custodendole e nutrendole tutte affinché insieme possano diventare un diluvio inarrestabile dell’amore di Dio, che spazza via ogni traccia di aridità e desolazione. Mi chiedo regolarmente: «Abito nel deserto delle reazioni mortali o in un giardino di qualità divine?», e sono ansiosa di assistere, se dovessi incontrare altri momenti «desertici» alla magnifica fioritura di tutte le qualità dell’Amore ovunque.

Nessuno di noi sta vagando in una desolata terra mentale. Siamo tutti sotto la guida e la cura di Dio. Di cosa abbiamo bisogno di più?

La missione de L’Araldo

L’Araldo della Scienza Cristiana fu fondato nel 1903 da Mary Baker Eddy. Il suo scopo è di “proclamare l’attività e la disponibilità universali della Verità”. La definizione di “araldo”, come indicata in un dizionario: “colui che avverte — un messaggero mandato avanti per annunciare l’approssimarsi di ciò che segue”, dà un significato particolare al nome Araldo ed inoltre indica il nostro dovere, il dovere di ognuno di noi, di vedere che i nostri Araldi assolvano alla loro responsabiità, una responsabilità inseparabile dal Cristo e annunciata per la prima volta da Gesù (Marco 16:15): “Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo ad ogni creatura”.

Mary Sands Lee, Christian Science Sentinel, 7 luglio 1956

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