Amo la parabola di Gesù, comunemente conosciuta come «Il figliol prodigo». Sebbene la sostanza della storia narrata nel capitolo 15 del Vangelo di Luca (versetti 11-32) sia nota a molti, in questo semplice racconto non mancano aspetti da approfondire e lezioni da imparare. Quale lezione risalti di più dipende dalla prospettiva che ognuno può avere a seconda del momento; inoltre, volendo comprendere a fondo il messaggio di Gesù, è utile capire quale fosse il suo uditorio. Uno dei motivi per cui Gesù si esprimeva in parabole era affinché fossero ricordate e raccontate più volte, anche se il messaggio non era pienamente compreso. A misura che storie come questa vengono raccontate a un pubblico sempre più ampio e ricettivo, è ragionevole pensare che le lezioni che se ne possono trarre siano sempre più vaste e profonde.
La scena in cui Gesù raccontò la storia del figliol prodigo si svolse alla presenza di scribi e farisei indignati, presi dalla rabbia per il fatto che esattori delle tasse (i pubblicani) e peccatori se ne stessero lì ad ascoltare Gesù, che li aveva accolti e aveva persino mangiato con loro! Ma chi erano questi scribi e farisei? E perché odiavano così tanto i pubblicani e i peccatori?
I farisei e gli scribi rappresentavano la voce della tradizione. In qualità di giuristi, gli scribi interpretavano e insegnavano la legge mosaica secondo un'interpretazione rigorosamente letterale. Il termine «fariseo» deriva dalla parola ebraica paras, che significa «separare». I farisei vivevano in comunità separate e credevano che avere contatti con la classe inferiore dei «peccatori» li avrebbe contaminati. La parte per loro più offensiva di questa classe inferiore era quella degli emarginati sociali: coloro che in modo deliberato e persistente trasgredivano le regole della legge. Tra questi c'erano gli esattori delle tasse (che tradivano il proprio popolo riscuotendo le tasse e diventando quindi ricchi) e le prostitute. Erano quelli che l'Antico Testamento definisce «i malvagi», indegni di far parte del popolo di Dio.
Gesù parlò della gioia che vi è in cielo per un solo peccatore penitente (vedi Luca 15:7). Il fatto però che il pentimento non fosse un requisito necessario per guadagnarsi l'amore di Gesù, fece forse infuriare i farisei più di ogni altra cosa. Essi desideravano la distruzione del peccatore, piuttosto che la sua salvezza, come asserisce William Barclay nel suo libro Il Vangelo di Luca. I farisei, decisamente ostili nei confronti dei profeti, erano completamente ciechi e sconcertati dalle lezioni spirituali che Gesù insegnava. Questo gruppo di presuntuosi e intolleranti scribi e farisei costituiva l'uditorio di Gesù quando iniziò a raccontare la parabola. Erano però presenti anche i «peccatori» e sicuramente le storie che Gesù raccontava dovevano essere di grande conforto per loro. Ci si domanda se i farisei abbiano davvero capito il significato. Avvertirono quel disagio che la parabola avrebbe dovuto suscitargli?
Gesù quel giorno raccontò tre parabole: quella della pecora smarrita, quella della moneta smarrita e quella del figliol prodigo. Benché il tema sia simile, il messaggio della terza parabola è a un altro livello. A differenza della pecora che si era allontanata (in tutta innocenza) e della moneta che era caduta accidentalmente (senza colpa alcuna da parte sua), il figliol prodigo se n'era deliberatamente andato dalla casa del padre. Agli occhi dei farisei questa era la strada scelta dai peccatori e, alla pari del fratello maggiore nella parabola, pensavano che il figlio minore si fosse meritato tutti i guai che aveva avuto e che non c'era motivo di accoglierlo in casa. Ma questo, ovviamente, non è lo spirito della storia.
I farisei, si riconobbero nel personaggio del fratello maggiore? Avevano capito?
Sembra che molti di noi si identifichino con il fratello minore. Quante volte ci allontaniamo dalla casa del Padre, dalla coscienza divina, perché non apprezziamo tutto ciò che lì abbiamo. Ci allontaniamo intenzionalmente da tutto il bene che Dio ci offre credendo di poter fare di meglio se siamo noi ad assumere il controllo. Ci arrivano le suggestioni che altrove ci sia più divertimento, più prosperità, più reputazione, più bene, maggiori opportunità di felicità, e che sappiamo cosa è bene per noi meglio di Dio. Nella parabola in realtà non c'è nulla che indichi che il figlio minore abbia fatto qualcosa di terribilmente sbagliato, nonostante fosse impaziente al punto di chiedere la sua eredità in anticipo, cosa anomala, oltre che segno di mancanza di rispetto, in quanto aveva trattato suo padre come se fosse già morto. E poi se ne era andato a sperperare la sua eredità in modo sconsiderato.
Nelle traduzioni della Bibbia, per descrivere questo stile di vita «sconsiderato» sono utilizzati diversi termini: indisciplinato, sfrenato (senza controllo), dissoluto (sfrenato), prodigo (che spende in modo eccessivo o sciocco) e sregolato (senza moderazione). Il giovane si dimostrò privo di buon senso. Forse viveva nell'errata convinzione che la sua fortuna non sarebbe mai finita; forse era semplicemente caduto preda di un falso senso di sicurezza basato sulla ricchezza materiale; forse era stato vittima della pressione dei suoi pari. Si può affermare con certezza che fosse colpevole di essere egocentrico.
Quindi sopraggiunse la carestia. Sentendo di non avere altra scelta, il figliol prodigo fece ciò che un proverbio talmudico malediceva: nutrire i maiali. Ma alla fine, «rientrato in sé» si ricordò chi era, e con umiltà fu disposto a tornare da suo padre come lavoratore salariato, passando dalla posizione più alta in famiglia a quella più bassa. Un lavoratore salariato era un lavoratore a giornata che non faceva affatto parte della famiglia e viveva nell'insicurezza, sapendo che in qualsiasi momento avrebbero potuto licenziarlo. Il figlio tornò, sentendosi condannato e sperando nella misericordia, ma mai si sarebbe aspettato la generosità con cui fu accolto.
È possibile che il senso di pentimento e l’umiltà fossero parte del messaggio di Gesù sia per i farisei che per i peccatori, così come per quelli delle generazioni future che sarebbero stati toccati da questa storia? Con il suo esempio di stare in compagnia di tutti e dimostrando semplicemente l'amore incondizionato del Padre, Gesù ha illustrato l'importanza di permettere a tutti di «ritrovare se stessi» quando sono pronti.
Simbolicamente, il padre rappresenta Dio, ma quale meraviglioso modello di genitore compassionevole! Il padre stava probabilmente già attendendo suo figlio perché lo vide quando era ancora lontano e gli corse incontro. Nell'antica Palestina, un uomo adulto non correva. Era totalmente indegno e sconveniente. Non si faceva! Ma, in questo caso, la gioia di veder tornare suo figlio lo spinse a mettere da parte ciò che era appropriato. Gesù ha intenzionalmente scelto i suoi personaggi in modo che fossero in netto contrasto con i preconcetti dei farisei? Non ne sarei sorpresa. Come fecero Esaù che baciò Giacobbe (vedi Genesi 33:4) e Davide che baciò Absalom in segno di perdono (vedi II Samuele 14:33), così in questa storia il padre si gettò al collo del figlio e lo baciò.
La prima parola che pronunciò il figlio fu, rispettosamente, «Padre». Avvertita la sincerità del pentimento del figlio, il padre lo interruppe a metà frase e gli mostrò il suo amore incondizionato chiedendo una veste con cui onorarlo e dei sandali. I servi non indossavano scarpe e inoltre, il fatto di infilare un anello al dito del prodigo, ripristinava l'autorità della filiazione. Probabilmente coloro che ascoltavano Gesù si saranno ricordati del Faraone che, generazioni prima, aveva messo il suo anello con sigillo sulla mano di Giuseppe, investendolo di pieni poteri nel suo regno (vedi Genesi 41:41, 42). A differenza delle solite cene, questa volta ci sarebbe stata della carne, la migliore. Era una celebrazione davvero speciale!
Il padre invitò tutti a partecipare. Il fratello maggiore, indignato, non volle unirsi. Benché il ritorno del figliol prodigo non avesse diminuito lo status familiare del fratello maggiore, egli si rifiutò di partecipare alla festa. Come il padre era andato dal minore, così andò dal maggiore che, invece di mostrare rispetto, iniziò un attacco moralista: «Ecco, son già tanti anni che io ti servo ...!». La risposta del padre? Una rassicurazione che nulla gli sarebbe stato tolto. L'amore per uno non diminuiva l'amore o il bene disponibile per l'altro.
Il figlio maggiore era rimasto sì fisicamente a casa, ma il suo cuore in quel momento era lontano, e probabilmente lo era già da tempo. Parlando con il padre, si riferì al figliol prodigo come «tuo figlio» piuttosto che come «mio fratello». Essere figlio significava anche essere fratello. Questo rifiuto del fratello enunciò ad alta voce un ugual rifiuto del padre. Giocare la carta del «non è giusto» non feriva nessun altro se non lui stesso, sottraendogli quelle che avrebbero potuto essere relazioni preziose. Il regno di cui parlava Gesù era un regno di relazioni: con Dio e tra gli uomini. Era un regno in cui tutti erano benvenuti, ma i farisei non la vedevano in questo modo. Peccato per loro!
Il padre è il vero eroe della storia. Se consideriamo la parabola dalla prospettiva del padre comprendiamo facilmente perché qualcuno preferirebbe intitolarla «Il padre amorevole». Rispettoso delle esigenze individuali dei suoi figli, il padre li aveva pazientemente abbracciati e amati entrambi, pur permettendo a ciascuno di rispondere a quell'amore a proprio modo. L'indignazione egocentrica del figlio maggiore non aveva impedito al padre di tendergli la mano, né di ristabilire un pieno rapporto filiale con il minore che se n'era precedentemente andato via di casa.
Che la si guardi dalla prospettiva del figliol prodigo, del figlio maggiore, del padre o dei servi che portarono al figliol prodigo la veste, l'anello e le scarpe e che resero possibile la festa, questa parabola offre sempre ricchi insegnamenti. Non c'è da stupirsi che alcuni la definiscano la più grande storia mai raccontata. È una storia che credo dobbiamo continuare a raccontare e da cui dobbiamo continuare a imparare.
