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Porre fine al “gioco delle colpe”

Da L'Araldo della Scienza Cristiana - 24 Settembre 2014

Originariamente pubblicato nel numero del 3 febbraio 2014 del Christian Science Sentinel


Mentre guardavo il telegiornale l’altra sera, ho notato che molti opinionisti hanno la tendenza ad attribuire a qualcuno o a qualcosa la responsabilità degli eventi negativi: era tutto uno speculare e puntare il dito mentre si cercava qualcuno da incolpare o a cui attribuire la responsabilità di determinati problemi.

Chi era da incolpare per aver coinvolto il mondo in Afganistan ed Iraq? Chi ha causato la recente recessione mondiale ed il collasso del sistema bancario? Chi è la causa delle avverse fortune dei partiti politici? Chi è da incolpare se una squadra di calcio non vince? Di chi è la responsabilità nei casi di separazione e divorzio? E chi è responsabile se giovani uomini o donne non superano gli esami all’università, non riescono a trovare lavoro o cominciano a drogarsi?

Il mondo sembra essere in preda al contagio della colpa. Incolpare (che è in relazione con un’altra parola comune: blasfemo) significa trovare errori; criticare; attribuire una responsabilità. I sinonimi includono condannare, accusare, criticare, svalutare, rimproverare, recriminare, sgridare, biasimare.

Il gioco delle colpe non è piacevole ed in genere porta a divisione, alienazione, opposizione, odio e persino vendetta. Forse il vizio di incolpare è animato non dai problemi, ma da un’atmosfera di pensiero? Può il fatto di incolpare creare ulteriori occasioni per incolpare? È contagioso?

Ecco un piccolo test. Tieni carta e penna a portata di mano mentre guardi il telegiornale, ascolti la radio o navighi su internet e prendi nota di ogni volta che trovi qualcuno—politico, allenatore, dirigente, educatore, commentatore o celebrità—che incolpi altri del proprio fallimento invece di accettare la responsabilità e proseguire con grazia. Il tuo test potrebbe rivelare quanto urgentemente è necessaria la preghiera.

Un articolo accademico pubblicato nel numero del 17 ottobre 2009 del Journal of Experimental Social Psychology [rivista di socio-psicologia sperimentale] intitolato “contagio da colpa: la trasmissione automatica di attribuzioni egocentriche” racconta di alcuni interessanti esperimenti eseguiti recentemente.

Considerando la tendenza umana ad attribuire il fallimento personale ad un’altra persona o evento, i ricercatori concludono che noi possiamo assorbire una propensione a colpevolizzare dall’atmosfera popolata da gente occupata a colpevolizzare a destra e a manca anche quando le nostre questioni non hanno nulla a che vedere con le loro. Questo, suggeriscono i ricercatori, è per proteggere l’immagine di noi stessi in pericolo: se assistiamo a situazioni in cui delle persone si salvano colpevolizzandone altre, tendiamo ad assumere lo stesso tipo di comportamento. La parte interessante tuttavia è che i ricercatori hanno trovato che quando le persone descrivono i propri valori e li affermano per se stesse, prima di scrivere dei propri fallimenti, l’”effetto contagio di colpa” viene eliminato. Non è questo veramente la dimostrazione che quando delineiamo coscientemente la nostra vera identità, originale ed innocente, eliminiamo i sensi di colpa e il biasimo?

Allora, da dove ha origine l’inclinazione a colpevolizzare? Non è questa la seconda narrazione della creazione nel libro della Genesi dove Adamo cerca di trovare qualcosa o qualcuno su cui gettare la colpa per la sua stessa disobbedienza e punta il dito su Eva? (vedere il capitolo 3).

Quanto spesso ci troviamo a colpevolizzare altri per le nostre stesse mancanze? Colpevolizziamo il coniuge, i figli, il tempo, il capo, il governo, il presidente, il primo ministro, il taxista, il computer. Allora, è forse meglio lasciare la colpa su noi stessi e opprimerci con l’autocondanna? No! Quando riconosciamo di essere responsabili dei nostri pensieri e delle nostre azioni, la colpa deve essere posta dove è di competenza, cioè sul pensiero erroneo, materiale, che sta tentando di fissarsi ad una persona, a un luogo o a una cosa.

Mary Baker Eddy scrive: “Siamo responsabili dei nostri pensieri e delle nostre azioni; .. ogni individuo è responsabile di se stesso (Miscellaneous Writings1883–1896, pag. 119:8). E altrove, scrive: “Questa verità è che dobbiamo trovare la nostra salvezza e rispondere alla responsabilità dei nostri stessi pensieri ed azioni;..” (Christian Healing, pag. 5). Poi cita le parole dell’Apostolo Paolo: “ … quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà.” (Galati 6:7).

Il coraggio di alzarsi in piedi e assumersi la responsabilità delle nostre azioni spesso richiede forza e umiltà, ma quando il fine è puro e buono, i risultati portano benedizione a tutti. Questo stato di pensiero ci mette in grado di affermare con umiltà: “se ti ho fatto un torto, perdonami; ho imparato una lezione e farò del mio meglio per riparare le mie azioni, mai causando che qualcun altro si accolli le mie responsabilità”. Talvolta, le parole più difficili da pronunciare sono semplicemente “mi spiace”.

Nel racconto della creazione di Adamo, la colpa del disastro cadde sul serpente, che provò a far credere ad Adamo ed Eva che Dio non era onnipotente, onnipresente ed onnisciente. Eva cedette all’astuzia del serpente fino a quando realizzò quello che era accaduto ed ammise di essere stata ingannata: “Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato” (Genesi 3:13). Scienza e Salute con Chiave delle Scritture di Mary Baker Eddy, indicando la “mite penitenza” di Eva, suggerisce che l’essenza della sua risposta potrebbe essere stato: “Né l’uomo né Dio saran responsabili della mia colpa”. Il passaggio continua: “Essa ha già imparato che il senso corporeo è il serpente. Quindi è la prima ad abbandonare la credenza nell’origine materiale dell’uomo e a discernere la creazione spirituale” (pag. 533:35).

Che cos’è allora il serpente? Come impariamo nella Scienza Cristiana, il serpente è un errore del pensiero talmente sottile che spesso non riconosciamo i suoi modi occulti. Infatti, molte volte incolpiamo tutto eccetto il serpente! La Bibbia paragona i modi subdoli del serpente a “una serpe sulla strada che morde i talloni del cavallo, sì che il cavaliere cade all'indietro” (Genesi 49:17). Di fatto, sono le suggestioni mentali serpeggianti e le conseguenti azioni che noi prendiamo basandoci su queste suggestioni, che portano a disastri, difficoltà e discordia.

Così, sia figurativamente sia forse letteralmente parlando, sovente noi pensiamo che la caduta dal cavallo sia colpa del cavaliere; poi, talvolta, proseguiamo un poco e pensiamo che potrebbe essere stata colpa del cavallo. Ma quanto spesso riconosciamo che in realtà è il serpente, la vipera sul sentiero, il vero colpevole?

A meno che le attività sottili del serpente non vengano riconosciute e affrontate con la preghiera, continueremo ad avere cavalli che indietreggiano e cavalieri a terra ovunque, perché il serpente è ancora lì, nascosto tra l’erba, che continua a mordere le vittime, indifese e ignare. La colpa è sempre del serpente, che viene definito in parte, nel Glossario di Scienza e Salute come “..la credenza in più di un Dio;... la prima pretesa che vi sia un opposto dello Spirito, o il bene, e che questo opposto venga definito materia, o il male; il primo inganno che vorrebbe farci credere che l’errore esista di fatto; … La prima pretesa, pronunciata ad alta voce, secondo cui  Dio non sarebbe onnipotente e che vi sarebbe  un altro potere, chiamato il male, tanto reale ed eterno quanto Dio, il bene” (pag. 594:4).

Anche Gesù trattò il concetto della colpa quando guarì l’uomo che era nato cieco. La Bibbia ci informa che tutti, inclusi i discepoli, cercavano di attribuire a qualcuno la responsabilità della condizione dell’uomo: “E i suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco? Gesù rispose: Né lui peccò, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui” (Giovanni 9:2 e 3).

Gesù rese molto chiaro che era sbagliato incolpare i genitori o l’uomo perché entrambi erano innocenti e avvenne una guarigione prodigiosa che rivelò che né l’uomo né i suoi genitori erano da incolpare. Invece, Dio fu glorificato e compreso come l’unico potere e l’unica presenza. Questo eliminò la serpeggiante suggestione di cecità e l’uomo fu guarito.

In sintesi, cosa possiamo fare per aiutare una cultura pervasa dal contagio della colpa? Tre cose possibilmente: primo, realizzare che incolpare altri o noi stessi di fallimenti e problemi, lontano dall’essere un brutto vizio poco importante, è fuorviante, disonesto e contagioso e possiamo rifiutarci di prendere parte al gioco o rimanerne contaminati.

In secondo luogo, possiamo assicurarci di attribuire la responsabilità dove compete, ovvero sul serpente—le sottili suggestioni erronee del pensiero materiale, dissimile da Dio—e non sulle persone. Il peccato deve essere affrontato e la chiamata al pentimento e alla correzione ascoltata. Come scrive Mary Baker Eddy: “il peccato è punizione a se stesso” e “la vera sofferenza per i vostri peccati cesserà nella proporzione in cui cesserà il peccato” (Scienza e Salute, pagg. 537:15 e 391:17).

Terzo, possiamo riconoscere il nostro essere e quello altrui come innato ed innocente, come uomo e donna creati ad immagine e somiglianza di Dio, immuni ed interamente separati dalle false ed ingannevoli accuse del serpente. Sollevando veramente il senso di colpa in questo modo, siamo in grado di rallegrarci nelle parole dell’Apostolo Paolo: “Non v'è dunque ora alcuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù; perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha affrancato dalla legge del peccato e della morte” (Romani 8:1,2).


Jill Gooding è practitioner ed insegnante della Scienza Cristiana e vive a Ripley nel Surrey, Regno Unito.

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